Casa d’autore: la casa museo di Giovanni Pascoli a Castelvecchio

La casa museo a Castelvecchio Pascoli
La casa museo a Castelvecchio Pascoli

La casa museo di Giovanni Pascoli a Castelvecchio Pascoli (frazione del comune di Barga nel lucchese) rappresenta un luogo di memoria e di incontro con la figura del poeta nella sua dimensione più intima. È stata abitazione del poeta Giovanni Pascoli, romagnolo di nascita, dal 1895 al 1912, e ancora oggi conserva la struttura e gli arredi dell’epoca, soprattutto per volontà della sorella Maria che, alla sua morte nel 1953, donò al comune di Barga la casa e tutto ciò che conteneva, compresi gli arredi, le carte del poeta e le suppellettili varie. Successivamente il comune ha istituito la casa museo, oggi anche archivio e luogo di studio per chi volesse approfondire il lavoro pascoliano.

Fu proprio in questo luogo che Pascoli con la sorella Maria e il fido cane Gulì, ricostruì quel rassicurante nido che era andato in frantumi dopo l’assassinio del padre e il matrimonio dell’altra sorella Ida. Dopo alcuni anni, ormai legato fortemente alla casa, decise di acquistarla grazie ai soldi ricavati dalla vendita di alcune medaglie d’oro vinte nei certamen di poesia latina.

Giovanni Pascoli e la sorella Maria

Fu proprio nel suo “cantuccio d’ombra romita”, dove tornava dopo aver svolto i suoi incarichi di docenza universitaria in giro per le varie città italiane, che Pascoli compose tutte le opere di questi anni: i Primi Poemetti (1897), i Canti di Castelvecchio (1903), i Poemi Conviviali (1904), i Nuovi Poemetti (1909) e le edizioni di Myricae dal 1897 al 1911.

La casa, ancora oggi, è immersa in un paesaggio di grande suggestione, in posizione elevata su un colle, si possono scorgere in lontananza le Alpi Apuane, oltre i boschi e i pascoli che la circondano. Intorno si stende un silenzio e una pace, la stessa che si ritrova in alcune poesie raccolte nell’opera ispirata proprio a quei luoghi esteriori e interiori, i Canti di Castelvecchio (la cui prima edizione viene pubblicata nel 1903, e accresciuta nel corso degli anni vide una successiva edizione postuma nel 1912). La raccolta, dedicata alla memoria della madre, presenta la stessa epigrafe di Myricae, tratta dalla quarta bucolica di Virgilio (vv. 1-2: “Sicelides Musae, paulo maiora canamus! | Non omnis arbusta iuvant humilesque myricae”), e descrive sempre l’umile vita campagnola e il mondo della natura, privilegiando in questo caso la realtà della Garfagnana. Tra le tematiche più importanti troviamo l’attenzione riservata al mondo naturale, che si fa portatore e simbolo del valore delle cose semplici e umili, intese spesso come uno “schermo”, una protezione contro i lutti e i dolori del mondo, e come un universo protetto dove ricostruire il proprio “nido” familiare. Forte è la carica simbolica che accompagna il naturale ciclo delle stagioni e degli elementi vivi della natura in contrapposizione con il tema pascoliano della morte e l’angoscia della vita individuale 

Frontespizio della raccolta poetica

La casa all’esterno si apre su un grande giardino all’italiana con un’area delimitata da un muro di cinta che giunge fino alla chiesa di San Niccolò, della quale si vede il campanile; il giardino, con le sue aiuole geometriche e piantumazioni di alberi ornamentali, è corredato da una zona destinata a orto, dal vigneto, dal frutteto e dalla limonaia.

La casa, sviluppata su tre piani, grazie alla meticolosa opera di rispetto quasi sacrale per gli ambienti, gli oggetti, i mobili e le suppellettili a cui la sorella Maria dedicò tutta la sua esistenza fino alla morte nel 1953, ha ancora mantenuto l’aspetto e l’assetto che aveva negli anni in cui vi soggiornò il poeta che ha lasciato in essa indizi significativi dei suoi gusti, delle amicizie, delle frequentazioni che parlano della personalità dell’uomo e non soltanto del letterato e del poeta.

Al secondo piano, troviamo lo studio di Giovanni Pascoli, al centro rispetto agli altri ambienti: le tre camere da letto, una delle quali, un tempo destinata a camera degli ospiti accoglie oggi il mobilio della stanza di Bologna dove morì il poeta; il salottino di Maria e la biblioteca.

Vicina alla casa è la cappella sulla cui facciata una lapide riporta i versi tratti dalla poesia Il sepolcro (dalle Odi): Lasciate quell’edera! Ha i capi / fioriti. Fiorisce, fedele, / d’ottobre, e vi vengono l’api / per l’ultimo miele. In questa cappella molto raccolta e semplice sono sepolti il poeta e la sorella Maria.

La camera da letto bolognese, oggi qui ricostruita, di Giovanni Pascoli

Oggi la casa museo, oltre che importante luogo di commemorazione el poeta è anche frequentatissima meta da parte di studiosi interessati all’opera pascoliana, perché conserva un ricchissimo archivio pascoliano che si compone delle carte di Giovanni Pascoli (circa 36.000 documenti), contenenti tutti gli autografi della produzione poetica e letteraria del poeta, i carteggi con i familiari e gli amici e con i più importanti intellettuali e letterati del suo tempo; le carte della sorella Maria (circa 24.000 documenti), di grande rilevanza per la ricostruzione della fortuna critica e della biografia del Poeta. Sia durante la vita di Giovanni, che dopo la sua morte, Maria ha infatti avuto un ruolo determinante nella conservazione e nell’ordinamento della documentazione, della quale ben comprendeva l’importanza e che costituì anche la fonte dell’opera biografica da lei intrapresa, “Lungo la vita di Giovanni Pascoli”; circa 1600 fotografie molte delle quali scattate dallo stesso Pascoli; una raccolta di circa 6.000 giornali, contenenti articoli di Pascoli o a lui dedicati, spesso con commenti e sottolineature autografe di Pascoli e, soprattutto, della sorella Maria, che continuò la raccolta durante tutta la sua vita.

Passeggiando per questi luoghi è facile lasciarsi conquistare dalla presenza dei versi pascoliani che aleggia intorno agli elementi e agli spazi, riconoscere i profumi, i suoni, le visoni simboliste che il poeta profondeva nelle sue liriche. Proseguendo l’itinerario lungo i luoghi cari al poeta si può raggiungere Barga, per una passeggiata nel piccolo borgo arroccato, dominato dall’alto dal grande campanile del Duomo che batteva le ore udite dal poeta e descritte nella bellissima poesia L’ora di Barga:

Tu dici, È l’ora; tu dici, È tardi,
voce che cadi blanda dal cielo.
Ma un poco ancora lascia che guardi
l’albero, il ragno, l’ape, lo stelo,
cose ch’han molti secoli o un anno
o un’ora, e quelle nubi che vanno.

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