Album. Fotografie, narrazioni, autobiografie

 

Album. Fotografie, narrazioni, autobiografie

di Giorgio Vasta

 

 

«L’album è un’autobiografia materiale, l’autobiografia è un album verbale»

Il museo della resa incondizionata, Dubravka Ugreši? 

Album e autobiografia: ci stiamo confrontando con quel delicatissimo processo che è raccontare la propria storia. Un processo nel quale il classico album delle foto gioca un ruolo ben preciso: innesca il ricordo, lo nutre, ribadisce la nostra storia personale e familiare. Cosa succederebbe se del nostro album immaginassimo di fare un uso diverso? Non più strumento di memoria privata ma un dispositivo per mescolare autobiografia e invenzione narrativa? Cosa succederebbe se per esempio in un nostro ritratto di famiglia facesse di colpo irruzione uno sconosciuto o se figure della nostra storia personale, separate dal tempo e dallo spazio, potessero incontrarsi? 

 

Un laboratorio in 5 lezioni.

1. Reinventare la propria autobiografia. Si parte dall’idea che la narrazione autobiografica non è il resoconto dei fatti accaduti o di quello che ricordiamo ma un azzardo, una vera e propria reinvenzione dell’esperienza. E dunque si farà prima di tutto in modo che la memoria minuta, quella a cui solitamente non viene conferita dignità narrativa (quello che Georges Perec chiamava l’«infra-ordinario»), riguadagni centralità e valore, mettendo a disposizione forme, tonalità, dettagli, vere e proprie scene.

2. Cose di famiglia. Un’attenzione ulteriore verrà attribuita alla materialità, vale a dire agli oggetti e ai luoghi. Le cose – mute, miti, ininterrottamente precarie, sempre a rischio di rompersi e venire sostituite oppure considerate imprescindibili – ci accompagnano per un periodo più o meno lungo della nostra esistenza. Prendendo le mosse da una serie di oggetti personali si proverà a raggiungere un duplice obiettivo: costruire biografie attraverso gli oggetti e costruire oggetti attraverso le biografie. Gli spazi nei quali siamo cresciuti – dall’interno domestico al condominio alle vie del quartiere – sono esperienze nodali, imprinting, vincoli, influenze: non tanto qualcosa che conosciamo, quanto qualcosa che sappiamo(nel senso etimologico di sentire il sapore). Per usare lo spazio fisico come materiale per una narrazione autobiografica saranno ancora una volta centrali le riflessioni e i progetti di Georges Perec – da Ellis Islanda Specie di spazi– così come quella straordinaria graphic novel che è Quidi Richard McGuire, una vera e propria autobiografia dello spazio.

3. Album.Usando le fotografie degli album dei partecipanti, giocando con il crossing-over dei materiali, con la decontestualizzazione, lo straniamento e la ricontestualizzazione, si proverà a dare forma alla narrazione autobiografica – o, se vogliamo: autobiofotografica– non come al resoconto del déjà vu ma come a un lavoro di invenzione del jamais vu, un generarsi di trame che possono arrivare a rivoluzionare la percezione che abbiamo di noi stessi: del nostro passato, del nostro presente e (persino) del nostro futuro.

4. Autobiografia del futuro. Parlare di «autobiografia del futuro» può apparire un azzardo, perché diamo per implicito che la narrazione autobiografica non possa che avere per oggetto il nostro passato. Al limite accettiamo l’ipotesi di poter scrivere qualcosa di simile a un’autobiografia del presente, quasi un’annotazione in «tempo reale» di quello che ci accade. Un’autobiografia del futuro è talmente inverosimile da apparire più che altro una battuta, uno scherzo, un gioco. Eppure, prima valutare e poi praticare in concreto la propria autobiografia di quello che non è ancora accaduto, è un modo – forse il più radicale – per muoversi da un piano in cui la memoria sta al centro di tutto come una specie di feticcio da adorare, a un altro a tutti gli effetti narrativo in cui a valere è la «tenuta» drammaturgica di ciò che raccontiamo.

5. Vite di uomini non illustri. Per tanto tempo le uniche biografie considerate degne di diventare narrazioni erano proprio quelle di chi aveva compiuto imprese cavalleresche. A un certo punto ci si è resi conto che a essere significativo non è quanto in un’esistenza è effettivamente accaduto  ma il modo in cui uno sguardo, e la lingua che di quello sguardo è il riflesso narrativo, sa conferire esistenza alle cose, e dunque alle esistenze. La memorabilità non sta nei fatti ma nel modo in cui quello che accade viene percepito e trasformato in una storia. E allora alle tradizionali «vite degli uomini illustri» (dunque quelle degli altri) si sono poco a poco aggiunti i racconti delle «vite degli uomini nonillustri» (dunque le nostre), siano essi scrivani o viaggiatori di commercio, mogli di medici di campagna o uomini che un giorno si svegliano con l’impressione di avere il naso storto. Saranno proprio le vite degli uomini non illustri a costituire il modello ultimo al quale ci si rifarà, la struttura narrativa che permetterà di raccontare di sé, seppure a costo di violare quelli che tendiamo a considerare due condizioni inalienabili della narrazione autobiografica. Vale a dire la prima persona singolare e il passato remoto. Il testo finale esisterà infatti in terza persona singolare e al presente indicativo, valendo come un’occasione – tra le tante disponibili – per raccontarsi da un angolo visuale inedito.

 

COSTO

Il costo del corso è in promozione a 430 € (anziché 500 €) per chi si iscrive entro il 15 giugno.

 

Per iscrizioni compila il form in fondo alla pagina, chiamaci allo 055 2052548 o scrivici a info@scuolafenysia.it

 

I Docenti del Corso

Giorgio Vasta

Giorgio Vasta (Palermo, 1970) ha esordito con il romanzo Il tempo materiale (minimum fax 2008), candidato al premio Strega 2009, vincitore del premio Città di Viagrande 2010 e del Prix Ulysse 2011, e tradotto in otto lingue. Sono seguiti Spaesamento (Laterza, 2010) e Presente (Einaudi 2012), quest’ultimo scritto con Andrea Bajani, Michela Murgia e Paolo Nori.

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