Laura Pezzino | A New York con Patti Smith (Giulio Perrone Editore)

Recensione di Paola Cellamare
A cura di Pierpaolo Orlando

Ci sono geografie dell’arte che hanno una forza semantica maggiore di altre, un’immediata capacità evocativa che le rende riconoscibili. Come in un passage parigino, ospitano la ricomposizione di frammenti diversi della memoria, che ricostruiscono un intero quadro. Per la New York del rock tra gli anni Sessanta e Settanta questo epicentro abita dentro l’austera facciata del Chelsea Hotel: sono in numero inferiore gli artisti che non vi hanno soggiornato, o quelli che a questi corridoi non hanno dedicato una canzone. Patti Smith è l’elemento iconografico forse più potente, quello che più garantisce una ricomposizione.

È a partire da questa intuizione, ossia che una città si possa leggere attraverso il corpo e i passi di un’artista, che la topografia diventi biografia e viceversa, che Laura Pezzino costruisce A New York con Patti Smith, edito da Giulio Perrone nella collana Passaggi di dogana. Lei chiama questo tentativo una geo-biografia, e la definizione porta con sé una tensione produttiva: tra il misurabile e l’inafferrabile, tra l’indirizzo su una mappa e il significato che quell’indirizzo ha accumulato nel tempo. La Smith che Laura Pezzino insegue non è ancora quella delle copertine: è Patricia Lee Smith, nata nel New Jersey da una famiglia della working class, cresciuta in una casa in cui la madre Beverly leggeva ad alta voce e il senso di libertà era il vero lascito educativo, in un’epoca in cui alle donne si prospettava il ruolo di segretaria o parrucchiera. È da quella precarietà fertile, da quella fame non ancora nominata, che nasce la Patti Smith che conosciamo oggi.

Il metodo scelto dall’autrice si rivela con chiarezza nelle pagine dedicate a St. Mark’s Place, “la strada più hippie d’America”, lì dove Patti Smith aveva iniziato a pubblicare le sue poesie e a incidere le sue prime canzoni: tre isolati appena, tra la 3rd Avenue e Avenue A nell’East Village, eppure abbastanza per contenere un’intera comunità. Al numero 2 c’era il Five Spot Café (quello di Frank O’Hara) dove si esibirono Billie Holiday, Thelonious Monk, Charlie Parker, Charles Mingus, e al piano di sopra abitava William Burroughs. Al 6 aprirono nel 1979 i New St. Marks Baths, i più grandi bagni gay del mondo, chiusi nel 1985 a causa dell’AIDS. Al 19-25 c’era l’Electric Circus, il club gestito da Warhol dove i Velvet Underground suonavano ogni sera. Al 33 viveva Anne Waldman, mentre al piano terra apriva Manic Panic, prima boutique punk rock della città, frequentata da David Bowie e Cyndi Lauper. Al 77 aveva abitato a lungo W.H. Auden, e nel seminterrato del numero 80 Leon Trotsky lavorava per il giornale bolscevico Novy Mir. Ai numeri 96 e 98 fu scattata la foto di copertina di Physical Graffiti dei Led Zeppelin. Al 122, Jeff Buckley registrò il suo EP di debutto Live at Sin-é. Tre isolati per raccontare una stratigrafia vertiginosa che si dispone come stelle di una costellazione, ciascuna necessaria al senso dell’insieme.

La stessa precisione si applica agli oggetti, gli altari domestici di Patti Smith: un biglietto da visita di Arthur Rimbaud, lettere di H.P. Lovecraft, un acquerello di Hermann Hesse, una pagina dell’ultimo taccuino di Jim Morrison. Oggetti che non si possiedono veramente, risponde la Smith a chi la interroga, se ne ha solo la custodia per un po’. Sono “pezzi” di una città invisibile e interiore che ognuno porta dentro di sé. Laura Pezzino richiama il libro di Remo Bodei Vita delle cose per spiegare come ogni oggetto sia suscettibile di ricevere “investimenti di senso”, di ricoprirsi di cristalli di pensiero e di affetto, o di ritornare tragicamente un “ramoscello secco”.

Il riferimento filosofico dell’autrice è Baudelaire, il poeta flâneur che si sentiva più sé stesso nei luoghi di transito che dentro casa propria, inventore di quella nostalgia che T.S. Eliot avrebbe chiamato la poesia delle partenze e delle sale d’attesa. A New York con Patti Smith è esattamente questo: una sala d’attesa in cui si aspetta qualcosa che è già accaduto, una partenza verso una città che nella forma in cui la si cerca, non esiste più. Il CBGB è chiuso. Il Chelsea Hotel è diventato appartamenti di lusso. I caffè dove Patti consumava le sue tazze con la fedeltà di un rito sono in buona parte scomparsi. Eppure le cose non scompaiono mai completamente. In ogni luogo dismesso qualcosa è rimasto, come rimangono le rovine dell’ospedale di Roosevelt Island, visitate da Patti e Mapplethorpe, degradate ma presenti. È a queste tracce che tanto Patti quanto Laura Pezzino si affidano, custodendole come reliquie, perché anche il frammento continua a dire il vero.

Il libro è anche una confessione in terza persona. Laura Pezzino intreccia la narrazione alla propria storia e al legame profondo con una New York che le ha “riconsegnato” la libertà. Al centro del racconto emerge il ricordo dell’intervista telefonica a Patti Smith: la tensione delle mani che tremano, il respiro bloccato dall’emozione, finché l’autrice non sceglie di confessare alla propria icona tutta la sua agitazione. La risposta della Smith è un monito di rara concretezza: «Stiamo lavorando entrambe». Una frase che rappresenta un profondo gesto di rispetto: l’artista legittima chi la racconta. Laura Pezzino non dimentica quell’invito e condivide lo spazio del mito che racconta.

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