Marcello Fois | L’immensa distrazione (Einaudi)

Recensione di Paola Cellamare
A cura di Pierpaolo Orlando

Nel Libro tibetano dei morti si narra che, nell’istante della morte, l’anima attraversa un bar-do: uno spazio liminale sospeso tra la vita e il dissolversi definitivo. In tibetano, bar significa “in mezzo” e “do” due, dunque assume il significato di “in mezzo a due cose, a due situazioni”, il che è in riferimento a due vite: quella presente e quella futura. Per chi si trova nel bar-do, il tempo non corrisponde a quello umano bensì a quello che si sperimenta nella meditazione profonda: per cui, ad esempio, un giorno può bruciare in un istante. È in questo bar-do che Marcello Fois colloca Ettore Manfredini, protagonista de L’immensa distrazione. Un corridoio dove la morte non si è ancora consumata del tutto e il cervello, negli ultimi spasmi di coscienza, proietta immagini, ricordi e interrogativi, con una chiarezza mai conosciuta in vita.

Manfredini non può scegliere cosa ricordare. Ha a disposizione un minuto – forse meno – di attività cerebrale impressionante, frenetica, ultima. E questo minuto è la durata dell’intero romanzo. Tecnicamente, L’immensa distrazione dura sessanta secondi, forse meno: il tempo che intercorre tra l’arresto del cuore e la fine di ogni coscienza.

A raccontare la storia di Manfredini è un narratore onnisciente che si rivolge direttamente al lettore. Una voce quasi ottocentesca che interviene, anticipa gli eventi o rimanda i racconti.

Il segreto di questa onniscienza post mortem, spiega Fois, è la concentrazione. Se vivere è “un’immensa distrazione dal morire” – un continuo spendere energie in cose indifferenti, senza amare abbastanza né odiare abbastanza –, la morte è il suo esatto contrario: «una coscienza assoluta, una concentrazione senza distrazioni». E in questa concentrazione furiosa, Ettore vede finalmente tutto con esattezza: la sua famiglia, i suoi errori, le colpe pagate e quelle scampate, la vita intera che gli appare come un materiale viscoso e granuloso che passa attraverso un setaccio finissimo.

Ma chi era Ettore Manfredini? Un uomo che ha vissuto tutta la vita in un mattatoio. Nato povero, aveva iniziato a lavorare nel macello kosher della famiglia Teglio in provincia di Modena. È lì che impara il “momento perfetto per scagliare il fendente” sul collo docile del vitello, il battesimo di fuoco che lo forgia nel profondo. Ma il mattatoio in cui vive Manfredini non è solo quello reale, concreto, fatto di sangue e necessità economica, è anche un mattatoio simbolico: il mattatoio del Novecento.

Con le leggi razziali del 1938, i Teglio fuggono e affidano il mattatoio ai Manfredini per evitare le confische. Ma è qui che l’inganno si trasforma in fortuna. La madre di Ettore elabora un piano apparentemente generoso e caritatevole: salvare una delle giovani figlie dei Teglio, Marida, accogliendola in casa come lontana parente. E poi, quando i tempi saranno maturi, darla in sposa a Ettore per garantire ai Manfredini il possesso di ciò che sarebbe potuto essere confiscato e disperso. Ettore accetta. Sposa Marida non per amore ma per convenienza, forse usando quella stessa fermezza appresa nel macello, quel saper trovare il momento perfetto per l’azione decisiva. La deruba, semplicemente, e poi la lascia lì, a vivere nelle ricchezze che erano state di suo padre come se fossero di qualcun altro. Il mattatoio kosher diventa un’industria di carne di maiale. Dall’inganno nasce un impero.

Da Marida, Ettore ha avuto quattro figli: Carlo, Enrica, Edvige ed Ester. Ma l’unica persona che Ettore ha amato davvero è suo nipote Elio. Troppo sensibile per quella concreta famiglia padana dedita agli affari, sogna di diventare scrittore e si suicida prima di misurarsi con qualsiasi desiderio.

La lettura di questo romanzo, intimo e familiare, a qualcuno potrebbe ricordare il film After Life (1998) di Hirokazu Kore’eda, dove uomini appena morti si risvegliano in uno spazio intermedio, dimesso, quasi burocratico, e hanno a disposizione 48 ore per scegliere un solo ricordo da portare con sé per l’eternità. Se L’immensa distrazione è un romanzo sulla concentrazione finale che tutto rivela, After Life è un film sulla selezione che tutto esclude. Scegliere significa rinunciare, accettare che la vita non è la somma di tutto ciò che è accaduto, ma ciò che resiste nella memoria. Non il momento più importante né il più felice, ma quello che, inspiegabilmente, ci definisce.

Il punto di contatto tra Fois e Kore’eda sta qui: da vivi non vediamo. Non vediamo noi stessi, non vediamo gli altri, non vediamo il senso dei nostri gesti. È solo nel distacco – definitivo in Fois, rituale in Kore’eda – che la vita si ricompone in una forma intelligibile. Ettore scopre che l’esistenza non è fatta di grandi eventi ma di omissioni, sostituzioni affettive, errori mai pagati. E la osserva con quella tenerezza mai sentimentale che lascia parlare i dettagli: un volto, un gesto, una luce padana, la casa d’infanzia in ogni suo piccolo particolare.

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