Recensione La Cantina – Thomas Bernhard

 

 

Recensione a cura di Paola Cellamare (corso editoria e comunicazione digitale 21\22)

 

LA CANTINA

L’epigrafe di Montaigne al libro di Thomas Bernhard “La Cantina”, pubblicato da Adelphi, indirizza il lettore verso il punto cui tende il racconto autobiografico dello scrittore: l’impossibilità di conoscere la verità, di darle forma e consistenza. Recita infatti: “Non c’è alcuna esistenza costante, né del nostro essere né di quello degli oggetti. E noi e il nostro giudizio, e tutte le cose mortali andiamo scorrendo e rotolando senza posa”. La citazione, tratta dagli Essais, si riferisce a una conoscenza variabile che viene detta vera solo per abitudine, senza mai esserlo in modo risolutivo. Così Bernhard, con i vortici della sua scrittura e con le ripetizioni che si impongono come una litania, esprime fin da subito il principale fulcro del racconto: “la verità non esiste”.

Il tema della incomunicabilità del vero viene affrontato nella parte dell’autobiografia, composta in 5 libri autonomi, in cui racconta la sua adolescenza, la sua età di passaggio, la sua ricerca della “via di scampo”, come specificato nel sottotitolo.

Insofferente verso l’istituzione scolastica, il giovane Bernhard sceglie di abbondonare il ginnasio e la borghesia per cercare un ruolo nella società e un senso alla sua esistenza. Così, dopo un colloquio all’ufficio di collocamento ed essersi dato come unico obiettivo “la direzione opposta”, si ritrova a lavorare nel piccolo negozio di alimentari del quartiere più malfamato di Salisburgo, a Scherzanselfeld. Il proprietario, Karl Podlaha, è un abile commerciante amante della musica e la cantina è un punto di riferimento per gli emarginati abitanti della zona. 

Nella trepidazione di voler raccontare con massima fedeltà quanto visto ai bordi di Scherzanselfeld, “l’anticamera dell’inferno che è l’inferno”, si accorge che il tentativo è destinato a fallire perché “la verità […]la conosce solo l’interessato, ma lui stesso, nel momento in cui vuole comunicarla, diventa automaticamente un bugiardo”. Ciononostante, tra numerose divagazioni che fanno perdere il lettore nella complessità del pensiero dell’autore, emergono storie e vicende sulla guerra, sul sesso, sugli americani e sui viveri. Col tempo il ragazzo scopre di aver trovato la felicità e la sua utilità proprio in quella cantina, impegnandosi nei lavori più umili e ascoltando i racconti più disparati. Così, l’equilibrio raggiunto gli permette di dedicarsi alla sua più grande passione: il canto.

Con una struttura che non è chiusa in capitoli ma che è libera e ampia come un flusso di coscienza, Bernhard descrive la tensione vitale della giovinezza sullo sfondo di una realtà misera e stridente. Ogni vicenda diventa pretesto per orchestrare il suo vertiginoso monologo esistenziale in divenire, tradotto con un linguaggio ipnotico.

Il risultato è un’autobiografia interiore che realizza il bisogno di cui parla Kafka in una lettera a Pollak del 1904: 
“Ma noi abbiamo bisogno di libri che agiscano su di noi come una disgrazia che ci fa molto male, come la morte di uno che era più caro di noi stessi, come se fossimo respinti dai boschi, via da tutti gli uomini, come un suicidio, un libro deve essere la scure per il mare gelato dentro di noi.”

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