Recensione DI COSA PARLIAMO QUANDO PARLIAMO D’AMORE – R. Carver

Undicesimo giorno del Calendario dell’Avvento

Recensione a cura di Rosaria Mauriello (corso Il mestiere del Narratore 20\21)

 

DI COSA PARLIAMO QUANDO PARLIAMO D’AMORE

 

Di cosa parliamo quando parliamo d’amore (What We Talk About When We Talk About Love, 1981) è l’opera con cui Raymond Carver fu definitivamente consacrato come grande scrittore. Risale a questi anni il periodo più produttivo della sua scrittura, che durò un decennio. I primi due racconti che scrisse furono Che fine hanno fatto tutti? e La calma. Per la successiva primavera del 1980 ne aveva completati nove, oltre ai due già citati: Gazebo, Pie (Un discorso serio), Un’altra cosa, Dopo i jeans, Riuscivo a veder ogni minimo dettaglio, Di cosa parliamo quando parliamo d’amore e Una cosa piccola ma buona. Questi racconti, scritti quasi tutti a Tucson, risentono anche dei cambiamenti della vita sentimentale dello scrittore, che decide di legarsi sentimentalmente a un’altra donna e comincia a dedicarsi, con un nuovo tipo di narrazione, al suo vecchio soggetto: la polarità lui-lei delle relazioni umane. Ad eccezione di Una cosa piccola ma buona, questi racconti parlano perlopiù di matrimoni in dissoluzione o di unioni dissolte. Per esempio nel racconto intitolato La calma, che si svolge in un barber shop dove il narratore in prima persona ascolta una conversazione a proposito di un cervo, Carver nel finale inserisce questa riflessione del personaggio che parla relativa al matrimonio: Tutto questo successe a Crescent City, in California, vicino al confine con l’Oregon. Poco tempo dopo me ne andai altrove. Ma oggi mi è tornato in mente quel posto, Crescent City, e il mio tentativo di rifarmi una vita lì con mia moglie, e come, proprio su quella poltrona di barbiere, quella mattina, avessi deciso di andarmene senza neanche voltarmi. Oggi stavo ripensando alla calma che m’aveva invaso quando avevo chiuso gli occhi e avevo lasciato che quelle dita mi passassero tra i capelli, al tocco triste di quelle dita, ai capelli che già stavano cominciando a ricrescere.

Anche in questa raccolta, le short story di Carver ci offrono interni domestici, oggetti, testimonianze dal vero di quell’America alla deriva, sempre alla ricerca di un’opportunità per sopravvivere senza essere sopraffatti dal quotidiano dei difficili anni che seguirono al boom economico. Ma soprattutto ci offrono un modo di vedere, di descrivere il mondo, dove gli strumenti della scrittura sono affiancati da una profonda conoscenza psicologica dei personaggi e del contesto sociale. La scelta riflessiva di riempire le proprie pagine con quel mondo popolato di personaggi al margine è anche una scelta etica, oltre che artistica. Nei racconti di Carver è spesso presente un senso di pericolo, di minaccia, che accompagna i protagonisti e il lettore. La precarietà economica, relazionale e affettiva dei suoi personaggi ben riflette una certa precarietà dei nostri giorni. Ecco allora che gli attori che si muovono sul palcoscenico carveriano possono essere per noi dei modelli attuali, delle possibilità di lettura dell’odierno, dove però la differenza culturale risiede nel vivere in un paese – gli Stati Uniti – in cui le molteplici distanze e differenze esistenti tra i luoghi e le persone paiono rendere allentati i rapporti, facilitare la solitudine e la rarefazione affettiva. E se l’America è pur sempre l’America, è forse vero che la globalizzazione ci suggerisce lo stesso tipo di relazioni disperse e frammentate, idealizzate e precarie proposte dal realismo carveriano, che diviene quindi attuale.

Nessun commento può sostituire il rapimento che genera il contatto diretto con la materia carveriana. La dipendenza che tale scrittura genera è dovuta al come le “cose minime” vengono proposte all’occhio del lettore, a come il lettore viene addestrato a guardare in un certo modo il mondo. E di quel modo di guardare il mondo – una volta appreso – non è più possibile liberarsene, così come delle vere dipendenze. 

Questa è la raccolta che inaugura per Carver un periodo dedicato a creare ordine nella sua vita, e nella sua arte. Un periodo molto produttivo, tanto che se si divide a metà la produzione narrativa carveriana, una metà fu scritta prima del 1977 e l’altra metà nei dieci anni successivi. In più la nuova relazione con Tess Gallagher e la sua guarigione dalla schiavitù dall’alcol inaugurano quella fase della sua vita che lui stesso definì una “pacchia”, e che non poteva non avere dei riflessi anche sulla sua carriera artistica, che andrà consolidandosi proprio in quegli anni.

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