Nicoletta Verna | I giorni di vetro (Einaudi)

Recensione di Paola Cellamare
A cura di Pierpaolo Orlando

Vetro, in latino vitrum, da videre: ciò che fa vedere. Il vetro è trasparente, duro, chimicamente inerte, non reagisce a niente di quello che sfiora, non trattiene, non si lascia impregnare e la sua superficie è così liscia che la presa scivola via senza trovare appiglio. Eppure è fragile e tende a rompersi in frammenti taglienti.

Il vetro nasce dal fuoco, è sabbia di silice fusa ad altissima temperatura, plasmata e poi raffreddata. Senza quella combustione originaria non esisterebbe affatto.

Nicoletta Verna usa questo elemento per definire i giorni in cui si sviluppa il suo romanzo e chiama così il suo antagonista, in una scelta che porta con sé un doppio significato: I giorni di vetro (Einaudi, Stile Libero).
I giorni di Vetro sono i giorni di Amedeo Neri, detto appunto Vetro, che ha nell’orbita sinistra un occhio di vetro soffiato. Quest’orbita pregiata è stata offerta dai fascisti in cambio di quella perduta per proteggere il viceré genocida Graziani. Ma di vetro sono anche, e prima ancora, i giorni stessi del fascismo e della guerra, quei giorni così trasparenti nell’orrore impossibili da non vedere, durissimi nel corpo e nell’anima da attraversare, e taglienti come sanno esserlo soltanto i frammenti, quelli che restano sul pavimento dopo che qualcosa di intero si è rotto e non c’è modo di raccoglierli senza farsi del male.

La storia è ambientata in Romagna, precisamente a Castrocaro, con le sue terme frequentate dal Duce e le sue colline che saranno teatro degli eccidi tra i più feroci della Resistenza italiana.
Nicoletta Verna sceglie Redenta come protagonista, per tutti “la purina”. Con una postura claudicante e spalle fragili le affida il racconto del fascismo visto dai margini. Nata nel 1924, dopo tre fratelli morti, e già con la scarogna, la poliomielite le torce una gamba mentre il padre fascista non le perdona di non essere il maschio da offrire alla Patria e al Duce. Cresce con la nonna Fafina, infermiera, balia, vegliante dei defunti, donna che lavora ai due estremi dell’esistenza, e con Bruno, orfano accolto in casa, lungo e secco come un chiodo di cui Redenta si innamora e dirà:

Avevamo gusti diversi, idee a rovescio, eppure mi sembrava l’unico che sapeva capirmi, perché avevamo una cosa uguale: ci sentivamo estranei al mondo, sebbene per motivi contrari. Io perché avevo paura di tutto, lui invece perché aveva troppo coraggio, e questo lo allontanava dalla gente. Vedeva solo quello che era giusto e quello che era sbagliato, e invece gli altri vedevano prima quello che gli conveniva, e dopo, forse, parlavano di giustizia.

Bruno diventerà Diaz, guida partigiana, risoluto, incapace di piegarsi all’ingiustizia e ugualmente incapace di amare.

Si inserisce nel racconto anche Iris, nata un anno prima di Redenta, figlia di una maestra di Tavolicci, una frazione di Verghereto che conta circa ottanta anime in tutto, cresciuta tra i libri e le idee, arriva a Forlì al servizio di una famiglia di marchesi antifascisti, dove incontra Bruno-Diaz e sposerà la causa partigiana.

Redenta e Iris parlano in prima persona in capitoli alternati, due voci diverse anche nel linguaggio, misero e dialettale l’uno, colto l’altro, destinate ad incontrarsi.
Ma il racconto è affidato anche a tante donne romagnole , le rezdore,reggitrici” che affiancavano il “rezdor” nella gestione della vita famigliare quotidiana con il compito di amministrare la casa ed essere responsabili di tutto quello che accadeva all’interno delle mura domestiche, con fermezza, concretezza e superstizione.

Poi arriva la guerra, arriva Vetro e il romanzo stringe. Redenta viene data in sposa al gerarca per saldare un debito di sangue, suo padre Primo lo aveva salvato in Etiopia durante un massacro che viene raccontato con dettagli freddi e reali. Le pagine del matrimonio pesano, quelle della violenza domestica pesano di più, con un racconto preciso e minuzioso sorretto dai silenzi di Redenta che sopporta tutto e comprende tutto prima, come si intuisce subito dopo le nozze quando dice: il matrimonio è come la morte.

Come il vetro nasce dal fuoco, anche la cattiveria di Amedeo Neri nasce da una notte di fiamme. Originario di Ravenna, vive il biennio rosso e a undici anni vede suo padre tornare a casa con il cranio fracassato sorretto dalle braccia dei camerati, sua madre crollare sull’uscio, e una striscia di sangue sul pavimento che i fascisti si trascinano dietro mentre escono. Forse la reazione più normale per un bambino sarebbe stata quella di fuggire, nascondersi, piangere, lui invece corre dietro agli squadristi, senza indugio, nella direzione esatta del fuoco, e passa la notte a guardare Ravenna che brucia, stregato dai versi degli uomini che si massacrano, dai pianti delle donne, dagli spari, dal fragore del palazzo della Confederazione delle cooperative socialiste che crolla all’alba come un fragile castello di foglie. Solo molto dopo, in un momento di inaspettata confidenza con Iris, quella stessa Iris che sta cercando di sedurlo per farlo catturare, Vetro le racconta di quella notte, e confessa che sono state quelle fiamme, quel fragore, quel crollo all’alba a formarlo, a renderlo quello che è. Ciò che il fuoco ha formato non reagisce più a niente: né al calore né al freddo, né alla pietà né al rimorso.

Il romanzo è costruito su coppie oppositive: Redenta e Iris, Vetro e Bruno, la rassegnazione e la ribellione, il corpo che subisce e il corpo che combatte, secondo una nitida geometria del Fato.

Alla fine restano macerie e sopravvissute, Iris che depone rose bianche sulla tomba di Redenta con la stessa ostinazione con cui si sopravvive a qualcosa che non si è scelto di attraversare, restano le cicatrici che Vetro ha lasciato su Redenta, su Iris e su tante altre donne in Italia e in Etiopia, il rimpianto per Paolo, il fratello di Iris, il rimorso per Diaz.

Nicoletta Verna ha trovato nel vetro la forma esatta del suo romanzo: trasparente, freddo, indifferente, nato dal fuoco di una notte a Ravenna.

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